È giunta l’ora delle quote rosa per legge? Ieri il commissario Viviane Reding ha bacchettato le imprese europee: ancora troppe poche donne nei CdA. L’invito all’autoregolamentazione è caduto quasi inascoltato, con un misero 1 per cento in più di donne nei consigli di amministrazione. Così ora si minaccia un provvedimento. Naturalmente in merito all’introduzione delle quote rosa il vecchio continente presenta dati molto differenziati al suo interno.

Ci sono paesi virtuosi, come Finlandia, Lettonia, Svezia e Francia che vantano percentuali sopra il 25 per cento, e paesi da maglia nera come Cipro, Malta, Portogallo, e naturalmente Italia, che col suo 6 per cento è sesultima in Europa. Di questo passo, senza interventi più radicali, ci vorrebbero 40 anni per raggiungere la quota desiderata di donne nei CdA, del 40 per cento:

«Personalmente le quote rosa non suscitano il mio entusiasmo, ma i risultati mi piacciono. È ora di infrangere quel soffitto di cristallo che in Europa continua a ostacolare l’ascesa di donne di talento ai vertici delle società quotate in borsa.»

La questione è complessa, perché ci sono paesi virtuosi nelle quote ma non nella parità retributiva e viceversa: la Germania ha poche donne nelle aziende, ma sono pagate bene. L’Estonia ne ha di più ma sono pagate mediamente il 27 per cento in meno degli uomini. Nel complesso, nella Ue solo il 3,2 per cento dei presidenti delle grandi aziende portano la gonna e solo il 13,7 per cento fra loro occupa i board delle grandi aziende. Risultati molto poco competitivi rispetto a Usa e Asia.

Come armonizzare il tutto? L’idea è di chiedere direttamente ai parlamenti nazionali attraverso progetti di condivisione, dando tempo un altro anno, ma con un obiettivo diverso: nel 2013 Bruxelles vuole una legge sulle quote, non più un modo per evitarle. In questo, l’Italia qualcosa ha fatto, perché vige già una legge che prevede l’introduzione graduale delle quote a partire dal 2015. Ma a questo punto si dovrà accelerare per anticipare di due anni.

Di certo, bisogna anche chiarire una volta per tutte l’argomento, evitando di cascare nei soliti commenti – intimamente sessisti – di chi pensa che si tratta di un provvedimento iniquo perché genera una disparità di trattamento. Ai soliti luoghi comuni di chi afferma che «allora le donne facciano i lavori pesanti degli uomini», oppure che si tratta di una discriminazione verso gli uomini, bisogna ribadire due concetti:

1) Tutti gli studi più recenti, come ad esempio quelli di Ernst&Young o McKinsey, dimostrano che la presenza massiccia di donne nei CdA rappresenta un fattore competitivo e di profitto, che può arrivare al 58 per cento.

2) La quota non è iniqua perché è un escamotage correttivo di un’iniquità di partenza. Sarebbe come dire che non è giusto far partire più avanti l’atleta sulla curva più larga di una pista d’atletica.

Fonte: New York Times