A cura di Lapo De Carlo.

Harvey Weinstein è ad un passo dall’arresto, in attesa della decisione definitiva del procuratore generale di Manhattan Cyrus Vance. È un altro capitolo di una vicenda che ha sviluppato un numero impressionante di snodi, alimentati da nuove rivelazioni di attrici famose come Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie uscite allo scoperto e altre meno popolari che hanno fatto altrettanto.

Si sono sviluppati interrogativi, inchieste giornalistiche e riflettori perpetuamente puntati su un comportamento diffuso tra i detentori di un potere e le lavoratrici dello spettacolo, con particolare riferimento alle attrici. Il caso Harvey Weinstein ha generato da una parte un dibattito costruttivo ancorché feroce, dall’altra rabbioso e fuorviante. Si, perché il tema è importante ma è sembrato riguardare solo attrici, in un contesto borderline con apparenti poche aderenze con il mondo reale.

Leggi anche: Uma Thurman accusa Harvey WeinsteinSalma Hayek, anch’io vittima di Harvey

Il caso ha portato con sé una valanga che ha travolto insospettabili attori come Kevin Spacey, registi affermati come James Toback e Brett Ratner, lambendo anche Dustin Hoffman e travolgendo l’italiano Fausto Brizzi, su cui la procura sta indagando dopo le nuove accuse arrivate da altre attrici. Asia Argento ha spinto il livello della rabbia, inasprendo il confronto, dopo aver rivelato di essere stata violentata dallo stesso Weinstein, suscitando la reazione di un’opinione pubblica divisa tra la solidarietà all’attrice e il biasimo per aver denunciato con tanti anni di ritardo, impedendo così di fermare il mostro.

In tutto questo si è creata un’ulteriore frattura tra un mondo femminile con diverse sensibilità che da una parte incoraggiavano la denuncia e dall’altra, donne come Catherine Deneuve che firmavano un appello sul quotidiano “le Monde”, sostenendo che femminismo non significa «odiare gli uomini e la sessualità» ed è un errore fare una campagna di delazioni e accuse pubbliche ad individui, senza che si lasci loro la possibilità di rispondere o di difendersi”. Più la chiosa che ha il vero cuore della materia: «Noi difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale», siamo «abbastanza mature» da «non confondere un goffo tentativo di rimorchio da un’aggressione sessuale». È una frase forte che mostra che nella società il sesso sia un concetto sussurrato ma mai affrontato pubblicamente. Ne deriva una logica personale che gli uomini affrontano ancora oggi maldestramente.

Il tema ha numeri impressionanti, se è vero che la metà delle donne italiane nella loro vita hanno subito molestie sessuali da parte degli uomini, come ha quasi disinvoltamente rivelato l’Istat nel report Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro, pur denotando che il fenomeno risulta in sensibile diminuzione: si è passati dai 3 milioni 778mila (18,7%) di donne vittime di molestie nel 2008-2009 ai 2 milioni 578mila (12,8%) nel 2015-16. La questione è scivolata nei corridoi degli uffici, infilandosi in qualche battuta tra colleghi, amici e in famiglia ma rivelando più un imbarazzo nell’affrontare a voce la questione, invece di incoraggiare il confronto.  Il corto circuito dell’informazione produce però soprattutto emotività, resta a capo del problema, divulga malessere e affronta il soggetto con l’isteria del momento.

In almeno tre programmi televisivi i protagonisti del dibattito si interrompevano a vicenda, frastornando gli spettatori che ormai sono assuefatti ad uno stile di contraddittorio in cui le opinioni si sovrappongono, accentuando l’inutile polemica.

La donna sta ottenendo attenzione verso un tema centrale ma il punto, dopo sei mesi di riflettori accesi, è quello di andare a monte perché l’argomento non è, come sembrerebbe, legato strettamente al rapporto tra uomini e donne e all’esercizio arbitrario del potere.  Si tratta di un’immaturità di fondo degli esseri umani, dell’incapacità di gestire sentimenti, relazioni, crescita personale, perché non c’è altra educazione, oltre a quella familiare.

I femminicidi, le molestie, i razzismi di ogni genere, i bullismi tra realtà e social, sono il frutto di un’umanità acerba e inadeguata che non attinge da tempo ad alcuna cultura. Weinstein ed altri hanno agito tra le contraddizioni di una società che riconosce il talento, il potere, la fama e chiude un occhio ad ogni peccato, con la ragione di un istinto animale.

Molti degli uomini che hanno molestato non credono di aver fatto qualcosa di male. Pur abusando per anni Weinstein & co. riconoscevano nei loro gesti la presunzione di un diritto, riconosciuto dall’impunità e, probabilmente, dalla mancata denuncia.

C’è dunque un minus valore antropologico nelle convinzioni di molti uomini, che rivendicano anche un’ingiustificata superiorità nei confronti della donna e dunque la prerogativa di possederla con egoismo infantile.

Se la società un giorno lavorasse sui principi educativi, la scuola acquisisse un valore superiore a quello attuale, dotandosi di mezzi e soldi, la cultura del rispetto fosse insegnata (perché va insegnata), imprimendola forte e chiara nella mente dei bambini, probabilmente avremmo un primo cambiamento significativo.

Oggi un primo colpo è stato assestato.