Con rabbia, umorismo e indignazione, Michael Moore torna sul grande schermo con un nuovo documentario d’inchiesta, “Capitalism: A love story“, che uscirà al cinema il 30 ottobre.

Il nuovo documentario esplora le cause della crisi economica mondiale che sta mettendo in ginocchio non solo l’economia americana ma anche quella del resto del mondo.

È una storia d’amore, come recita il titolo, quella che intercorre tra l’uomo e il denaro. Questo amore ha origini molto lontane, e Moore le riscopre nell’antica Roma, quando l’avidità di denaro ha portato alla corruzione più estrema. Così al capitalismo, alla ricerca affannosa di denaro, si deve la crisi economica e la perdita dell’impiego per milioni di persone nel mondo. A causa del capitalismo si deve la perdita dei propri alloggi, del proprio futuro, della povertà. Le banche si arricchiscono, mentre le persone comuni vedono svanire il proprio futuro.

La tematica della crisi economica non è nuova per Moore. Già in “The Big One” (1997)aveva affrontato le dinamiche economiche durante la presidenza reaganiana. Poi è passato ad analizzare e denunciare il business del commercio delle armi con “Bowling a Columbine” (2002); le malefatte dell’amministrazione Bush con “Fahrenheit 9/11″(2004), e infine le contraddizioni del sistema sanitario americano con “Sicko” (2007). Così dopo aver raccontato il mal funzionamento degli Stati Uniti, modello di democrazia pieno di contraddizioni, tira le fila del discorso per riportare tutto al grande male, cioè al Capitalismo, come forma di arricchimento spasmodico e irrazionale a favore di pochi.

“Capitalism: a love story” non è solo l’ultimo documentario di Moore, ma come lo ha definito lo stesso regista:

È il film che ho fatto per gli ultimi 20 anni.

Ben articolato e ricco di informazioni, il documentario di Moore trasporta lo spettatore nello spietato e arido mondo della finanza.

La profonda rabbia e l’indignazione del regista diventa corale: è un problema non solo attuale ma anche molto vicino a tutti i cittadini del mondo.