Dopo svariati rinvii, modifiche e sospensioni, ha avuto luogo l’esecuzione di Troy Davis, afroamericano di 42 anni giustiziato con un iniezione letale alle 5:08 ora italiana. Inutili le proteste, le campagne di sensibilizzazione e la moltitudine di attivisti radunati fuori dalla prigione di Jackson, in Georgia: l’uomo è stato ucciso.

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In suo aiuto si erano mobilitati molti personaggi famosi, non ultimi l’ex presidente Jimmy Carter, una campagna serrata di Amnesty International e l’adesione di papa Benedetto XVI e l’arcivescovo Desmond Tutu.

La speranza non ha mai abbandonato Troy Davis che anche ieri, dopo svariati ricorsi legali, aveva ottenuto in rinvio della pena di 4 ore in attesa del verdetto del Tribunale. Risposta purtroppo rigettata che ha condotto l’uomo verso l’iniezione letale, eseguita davanti agli occhi del figlio della vittima.

Troy fino all’ultimo ha urlato ai giornalisti la sua innocenza:

«L’incidente di quella notte non è colpa mia. Non avevo una pistola. Non ho ucciso vostro figlio, padre o fratello. Sono innocente.»

Molti i dubbi sollevati nei confronti della sua colpevolezza, avvallati dall’ex direttore della CIA ed ex giudice William Sessions il quale aveva sottolineato i vari cambi di versione da parte dei nove testimoni, costretti dalla Polizia a testimoniare contro l’afroamericano.

Troy Davis era stato condannato nel 1989 a Savannah per l’omicidio di un agente di polizia, Mark MacPhail. Il poliziotto, fuori servizio, era intervenuto in difesa di un senzatetto vittima di un gruppi di teppisti. MacPhail aveva cercato di aiutare l’homeless, ma dal gruppo era partito uno sparo che aveva fermato la vita dell’agente. Travis accusato dell’omicidio era stato sottoposto alla prova balistica, ma le prove inconcludenti avevano scatenato la reazione dei legali che ne invocavano un nuovo processo.

Nonostante le suppliche la grazia non è mai arrivata e l’uomo si è spento per sempre e nel modo più crudele.

Fonte: Repubblica